Esattamente cento anni fa, il 3 gennaio 1925, Benito Mussolini pronunciò alla Camera dei Deputati uno dei discorsi più tristemente celebri della storia italiana, l'atto di nascita ufficiale della dittatura fascista. Davanti a un Parlamento ormai svuotato dell'opposizione, ritiratasi sull'Aventino in segno di protesta dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti, il capo del governo assunse su di sé «la responsabilità politica, morale, storica» di tutto quanto era accaduto, pronunciando le parole rimaste scolpite nella memoria collettiva: «Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!»
Non fu uno scivolone retorico, ma una sfida deliberata e lucidissima alle istituzioni democratiche. Mussolini annunciò che entro quarantotto ore la situazione sarebbe stata «chiarita su tutti i piani», e mantenne la promessa. Nei mesi e negli anni successivi sarebbero arrivate le cosiddette "leggi fascistissime" (1925-1926), che avrebbero smantellato definitivamente lo Stato liberale: scioglimento dei partiti d'opposizione e dei sindacati liberi, soppressione della stampa indipendente, istituzione del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, reintroduzione della pena di morte per i reati politici, creazione dell'OVRA, abolizione della carica elettiva dei sindaci. L'Italia entrava così, per quasi vent'anni, nella notte del totalitarismo.
Il sacrificio di Matteotti
Il discorso del 3 gennaio fu la risposta alla crisi più grave che il regime avesse affrontato fino ad allora: l'omicidio di Giacomo Matteotti. Il deputato socialista, segretario del Partito Socialista Unitario, era stato rapito sul lungotevere Arnaldo da Brescia, a Roma, il pomeriggio del 10 giugno 1924, da una squadra di sicari fascisti guidata da Amerigo Dumini. Il suo corpo, occultato in una fossa scavata frettolosamente, fu ritrovato il 16 agosto successivo nella macchia della Quartarella, lungo la via Flaminia.
Matteotti aveva pagato con la vita la sua intransigenza. Soltanto undici giorni prima del rapimento, il 30 maggio 1924, aveva pronunciato alla Camera un intervento di straordinario coraggio, denunciando con dovizia di prove le violenze, le intimidazioni e i brogli con cui il Partito Nazionale Fascista aveva conquistato la maggioranza nelle elezioni di aprile. Si racconta che, uscendo dall'aula tra le urla e le minacce dei deputati fascisti, abbia detto ai compagni: «Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me». Stava lavorando, in quei giorni, a un nuovo dossier sulla corruzione del regime, in particolare sullo scandalo Sinclair Oil, che molti storici considerano la causa diretta della sua eliminazione.
La sua morte aprì una crisi politica profondissima. Le opposizioni abbandonarono il Parlamento dando vita alla "secessione dell'Aventino", nella speranza che il re Vittorio Emanuele III, di fronte all'evidenza, revocasse l'incarico a Mussolini. Quella speranza fu tradita: il sovrano scelse il silenzio, l'esercito non si mosse, le élite economiche e parte della Chiesa preferirono l'ordine fascista al rischio dell'instabilità. Mussolini, accerchiato ma consapevole della debolezza dei suoi avversari, decise di passare al contrattacco proprio con il discorso del 3 gennaio. Da quel momento, lo Stato di diritto in Italia cessò di esistere.
Una memoria che interpella il presente
Ricordare oggi quel passaggio non è un esercizio di erudizione storica. È un dovere civile. Le parole con cui Mussolini rivendicò davanti alle Camere la natura violenta del proprio movimento, pronunciate non da un dissidente o da uno storico, ma dal capo stesso del fascismo, rappresentano una confessione che nessun revisionismo può cancellare. Il fascismo non fu un esperimento autoritario "moderato" né un regime che "almeno fece le strade e i treni puntuali": fu un sistema che si fondò programmaticamente sulla violenza politica, sull'eliminazione fisica degli avversari, sulla soppressione di ogni libertà.
Per questo, in giorni in cui in Italia e in molti Paesi europei tornano a circolare nostalgie, ambiguità e tentativi di riabilitazione, riaffermo il mio impegno nella lotta contro ogni forma di autoritarismo. La memoria di Giacomo Matteotti e di tutti coloro che, da Don Minzoni a Piero Gobetti, dai fratelli Rosselli ad Antonio Gramsci, pagarono con la vita o con il carcere la loro fedeltà alla libertà, ci interpella ogni giorno. Ci ricorda che la democrazia non è uno stato di natura, ma una conquista fragile, che va difesa anche quando sembra solida, soprattutto quando sembra solida.
Costruire un'Italia più giusta, democratica e progressista significa, prima di tutto, non dimenticare. Significa insegnare nelle scuole che cosa furono davvero il fascismo e la Resistenza. Significa pretendere che le istituzioni della Repubblica, nata dall'antifascismo e fondata sulla Costituzione del 1948, siano onorate dalle parole e dagli atti di chi le rappresenta. Significa coltivare i valori dell'antifascismo, della giustizia sociale e della pari dignità di tutte le persone, contro chiunque tenti di riscrivere la storia o di erodere, un pezzo alla volta, le garanzie costituzionali.
Cento anni dopo quel 3 gennaio, la lezione resta chiara: la libertà non si difende da sé. Ce la consegnano coloro che l'hanno pagata, e tocca a noi non disperderla.