Il 7 ottobre 2023 è una di quelle date che si imprimono nella memoria collettiva e da cui non si torna indietro. Quel sabato mattina, mentre Israele si svegliava per celebrare la festività di Simchat Torah, i miliziani di Hamas hanno sfondato la barriera che separa la Striscia di Gaza dal sud del Paese. Hanno lanciato migliaia di razzi, certo, ma soprattutto sono entrati a piedi e su pickup nei kibbutz, nelle cittadine di confine, in mezzo ai ragazzi del festival musicale Nova. Il bilancio è stato spaventoso: circa milleduecento morti, oltre duecento persone prese in ostaggio, intere famiglie sterminate nelle proprie case. Un'azione brutale, che nessuna ragione politica può giustificare. È giusto dirlo subito, senza ambiguità, perché solo da una condanna chiara può partire un ragionamento serio.
Non tutto comincia il 7 ottobre
E però. E però fermarsi al 7 ottobre, raccontare quella mattina come se fosse l'inizio di tutto, sarebbe un esercizio di amnesia storica. Perché quella violenza, orribile e ingiustificabile, è il capitolo più recente di un libro che si scrive da molti decenni. Un libro che parla di un popolo cui la comunità internazionale ha promesso uno Stato fin dal 1947, senza mai davvero metterlo nelle condizioni di averlo. Un popolo, quello palestinese, che vive da generazioni sotto occupazione militare in Cisgiordania, sotto blocco a Gaza, e dentro un sistema di disuguaglianza giuridica che organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch e la stessa B'Tselem (l'ong israeliana per i diritti umani) hanno definito apartheid in rapporti documentati e dettagliati.
Da quasi un mese Gaza vive sotto un bombardamento incessante. I dati fanno male: secondo il ministero della Sanità di Gaza, le vittime palestinesi hanno superato le novemila in queste ore, e quasi la metà sono bambine e bambini. Edifici residenziali rasi al suolo, ospedali colpiti, campi profughi sventrati, intere famiglie cancellate da un'unica esplosione. Una popolazione di 2,3 milioni di persone, già stretta in un fazzoletto di terra di trecentosessantacinque chilometri quadrati, è oggi privata di acqua potabile, elettricità, carburante, farmaci. Un assedio totale che, ai sensi del diritto umanitario internazionale, configura punizione collettiva, vale a dire un crimine di guerra.
Il diritto di difendersi non è un assegno in bianco
Israele ha il diritto di difendersi. È un principio fondamentale e va riaffermato con chiarezza. Ma il diritto di difendersi non è un assegno in bianco. Non comprende il diritto di radere al suolo un quartiere intero per colpire un comandante, né quello di affamare due milioni di civili nella speranza che qualcuno restituisca gli ostaggi. La proporzionalità non è un cavillo per giuristi: è la linea sottile che separa la legittima difesa dal massacro. Ed è una linea che, in queste settimane, è stata superata troppe volte.
Eppure la risposta della comunità internazionale è stata tiepida, contraddittoria, in alcuni passaggi imbarazzante. Le Nazioni Unite, l'organismo che dovrebbe vegliare sulla pace e sui diritti umani, sono apparse paralizzate. Il Consiglio di Sicurezza è bloccato dai veti incrociati delle grandi potenze; le risoluzioni dell'Assemblea Generale, anche quando passano a larghissima maggioranza, non vincolano nessuno. Nel frattempo i morti aumentano, ora dopo ora, e i comunicati ufficiali si susseguono identici a sé stessi.
Quando il silenzio diventa resa morale
In questo quadro è arrivata, pochi giorni fa, una notizia che meritava le prime pagine e invece è scivolata in un trafiletto. Craig Mokhiber, direttore dell'Ufficio di New York dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha rassegnato le dimissioni con una lettera durissima. Mokhiber, un funzionario di carriera con oltre trent'anni di servizio nelle Nazioni Unite, ha scritto che quello che sta accadendo a Gaza è "un classico caso da manuale di genocidio" e ha accusato l'ONU di aver fallito ancora una volta, come era già accaduto in Ruanda, in Bosnia e in Myanmar, nella propria missione di prevenzione. È una resa morale, prima ancora che istituzionale: un veterano che dice "non posso più stare al mio posto mentre questo accade". Quando si arriva a quel punto, dovrebbe scattare un campanello d'allarme nelle cancellerie di tutto il mondo. Non è scattato.
Le guerre che guardiamo e quelle che ignoriamo
Ma c'è una riflessione ulteriore, forse la più scomoda. Le guerre del mondo non sono soltanto quelle che leggiamo sui giornali. Mentre scrivo, in Sudan è in corso un conflitto che in pochi mesi ha provocato migliaia di morti e milioni di sfollati interni. Lo Yemen è devastato da anni di guerra civile e blocco navale, con tassi di malnutrizione infantile che sono una vergogna per il genere umano. In Tigray, nel nord dell'Etiopia, si è consumato uno dei più gravi disastri umanitari del decennio, in un silenzio quasi totale. La Repubblica Democratica del Congo continua a sanguinare nelle regioni orientali. Il Myanmar resta sotto la cappa di una giunta militare feroce.
Perché alcune guerre fanno notizia e altre no? La risposta, per quanto sgradevole, è chiara: non tutte le guerre toccano interessi strategici delle grandi potenze, non tutte si trovano dentro rotte commerciali decisive, non tutti gli invasori sono considerati tali con la stessa nettezza. La selezione dell'attenzione mediatica e diplomatica segue logiche che con il numero delle vittime hanno poco a che fare e molto, invece, con la geopolitica e con l'economia. Un invasore è sempre un invasore, una vittima è sempre una vittima, a prescindere dai rapporti di forza e dai tornaconti. Ricordarcelo è un esercizio di onestà intellettuale che dobbiamo a noi stessi prima ancora che agli altri.
Tenere insieme ciò che è giusto
Alla luce di tutto questo, una posizione coerente non può che tenere insieme cose diverse. Condanna senza riserve dell'attacco del 7 ottobre. Richiesta del rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi. Riconoscimento del diritto di Israele a esistere e a vivere in sicurezza dentro confini certi. E, allo stesso tempo, un no fermo alla strage di civili palestinesi, all'assedio totale di Gaza, all'occupazione e al sistema di apartheid in Cisgiordania. Non si tratta di tifare per una squadra contro l'altra: si tratta di stare dalla parte del diritto internazionale, dei civili, della vita umana, qualunque sia il passaporto di chi la perde.
Quello che possiamo chiedere, da cittadini, è semplice e radicale insieme: un cessate il fuoco immediato, corridoi umanitari aperti, una prospettiva politica seria che dia finalmente al popolo palestinese ciò che gli è stato promesso da troppo tempo. Uno Stato, una dignità, un futuro. Restare a guardare non è neutralità. È complicità.
Palestina libera. 🇵🇸