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I minuti di silenzio sono finiti. È arrivato il momento di fare rumore

Nel giorno contro la violenza sulle donne, il ricordo di Giulia Cecchettin chiede molto più di un rito: chiede responsabilità, educazione e rumore.

Banco di scuola con chiavi, quaderno, ramo d'ulivo e studenti con le mani alzate durante un'assemblea

Ci sono date che non passano. Restano conficcate nel calendario civile di un Paese e ti costringono a fare i conti con quello che sei diventato. Il 25 novembre 2023 è una di queste. Non per la ricorrenza istituzionale, anche se dal 1999 le Nazioni Unite hanno scelto questa giornata per ricordare al mondo che la violenza contro le donne non è un fatto privato ma un'emergenza globale. È per via di Giulia, e di quei quattordici giorni che separano oggi dalla sera in cui è uscita di casa per andare al McDonald's con il suo ex e non è più tornata. Quattordici giorni in cui un Paese intero ha trattenuto il fiato, si è guardato allo specchio ed è rimasto muto davanti a ciò che ha visto.

Giulia Cecchettin aveva ventidue anni. Studiava ingegneria biomedica all'Università di Padova, le mancava la tesi, la discussione era fissata per il 16 novembre. Quel giorno avrebbe dovuto ricevere la corona d'alloro. Invece il suo corpo è stato ritrovato il 18, in un canalone vicino al lago di Barcis, abbandonato dentro a dei sacchi di plastica nera, a pochi chilometri dal confine austriaco. A ucciderla, con oltre venti coltellate, è stato Filippo Turetta, l'ex fidanzato. Lo studente educato. Il "bravo ragazzo". Quello che, ripetono i vicini in coro, "non avrebbe mai fatto del male a nessuno". Come tutti i Filippo che lo hanno preceduto, non era un mostro venuto da fuori. Era uno di noi.

E qui sta il nodo che non possiamo più fingere di non vedere.

Il figlio sano del patriarcato

Per anni, di fronte a ogni femminicidio, ci siamo raccontati la stessa favola consolatoria. Era pazzo. Era geloso. Era ubriaco. Era stato lasciato. Era un'eccezione, un raptus, un momento di follia. Era qualcosa di "altro" da noi, da nostro fratello, da nostro figlio, dal collega di scrivania, dall'amico delle vacanze, dall'allenatore che porta i bambini in campo. Era, sempre e comodamente, qualcun altro. La verità è più scomoda, e a metterla in fila con una lucidità che ha spiazzato l'intero apparato mediatico è stata Elena Cecchettin, sorella di Giulia, prima in tv e poi in una lettera pubblicata sui giornali che resterà come uno dei documenti più importanti di questa stagione. Filippo, ha detto Elena, non è un mostro. È un figlio sano del patriarcato.

L'espressione non è sua. L'aveva resa celebre la scrittrice peruviana Cristina Torre Cáceres, in una poesia che ha attraversato il mondo ispanofono come un testamento collettivo: l'invocazione di una figlia che chiede alla madre, se la violenza maschile dovesse arrivare anche a lei, di non rassegnarsi al silenzio e di pretendere che lei sia l'ultima. È un'idea semplice e devastante. Chi alza le mani su una donna, chi la pedina, chi le toglie l'autodeterminazione un giorno alla volta, chi la uccide, non è il prodotto di una mente deviata. È il prodotto di una cultura. Della nostra cultura. Di un sistema di valori, di gesti, di battute, di canzoni, di film, di ruoli familiari, di spogliatoi, di consigli "da uomo a uomo", di silenzi che si ripetono da generazioni e che continuiamo a tramandare con la stessa naturalezza con cui si insegna ai bambini ad allacciarsi le scarpe.

I numeri non sono opinioni

Senza i numeri, però, tutto resta sospeso nell'opinione, e nessun fenomeno è davvero un fenomeno. Allora i numeri prendiamoli sul serio. Giulia è la centocinquesima donna uccisa in Italia dall'inizio del 2023. Quando avrete finito di leggere questo articolo, statisticamente, sarà già successo qualcosa da qualche parte: un pugno, una minaccia, una porta sbattuta, una valigia preparata in fretta. I dati del Ministero dell'Interno aggiornati al 19 novembre raccontano che, su centotrenta uccisioni avvenute in ambito affettivo o familiare, ottantasette hanno avuto come vittima una donna; e quando la mano è quella del partner o dell'ex, la sproporzione diventa schiacciante: cinquantacinque donne uccise su sessanta vittime totali. Le proporzioni cambiano leggermente a seconda di chi tiene il conto, l'osservatorio di Non Una di Meno parla di oltre cento casi documentati, ma una cosa non cambia mai: gli omicidi in Italia diminuiscono ogni anno, mentre quelli che hanno per vittima una donna restano stabili da quasi un decennio. Significa che, mentre la criminalità organizzata indietreggia e le risse fra uomini si fanno meno mortali, la violenza domestica continua a uccidere alla stessa cadenza implacabile. Significa che il pericolo, per una donna italiana, non è il vicolo buio di notte. È il salotto di casa.

Il rumore nelle scuole

Ed è proprio per questo che le parole di Elena hanno fatto saltare un meccanismo che durava da anni. Per questo, quando ha chiesto agli studenti di non osservare un minuto di silenzio per sua sorella ma di fare rumore, è successo qualcosa che da molto tempo nessuno vedeva più nelle scuole italiane. Il 21 novembre, dal liceo Giulio Cesare di Roma agli istituti superiori di Milano, da Padova a Palermo, migliaia di ragazze e ragazzi hanno battuto le mani, hanno sbattuto chiavi e zaini sui banchi, hanno tirato fuori la voce. Hanno fatto rumore perché un minuto di silenzio è esattamente ciò che il patriarcato chiede sempre alle donne: di abbassare la testa, di non disturbare, di soffrire in raccoglimento, di farsi piccole anche da morte. Il silenzio è stato la loro condanna per secoli. Il rumore è la prima cosa che possiamo restituire a chi non ce l'ha più.

Oggi, 25 novembre, in tutta Italia si scenderà in piazza. Non Una di Meno ha indetto manifestazioni nazionali per la giornata contro la violenza di genere, da Roma a Messina, da Milano a Palermo. È giusto andarci. Ma è altrettanto giusto fare un passo in più, perché "fare rumore" non può ridursi a un hashtag né esaurirsi in ventiquattro ore. Significa intervenire, davvero, quando un amico al bar liquida la sua compagna con un "lei mi fa diventare matto". Significa togliere agli adolescenti la convinzione che la gelosia sia una forma d'amore, quando è invece la prima maschera del controllo. Significa portare nelle scuole, finalmente e senza più scuse, l'educazione affettiva e sessuale come materia obbligatoria, e smettere di trattarla come un capriccio progressista da cui difendere i nostri figli. Significa pretendere che i giornali abbandonino certi titoli osceni come "amore malato", "delitto passionale", "le aveva dato tutto", che da decenni continuano a raccontare la morte di una donna come se fosse una storia d'amore andata storta.

Solo sì è sì

Significa, soprattutto, mettere al centro del discorso una parola che da troppo tempo è stata derubricata a sfondo: il consenso. Solo sì è sì, sempre. Lo slogan è mutuato dalla legge spagnola del 2022 ed è diventato virale in queste settimane perché racchiude in tre parole una rivoluzione antropologica. L'assenza di un no non è un sì. La pressione non è seduzione. L'insistenza non è corteggiamento. Togliere a una donna la possibilità di scegliere, chi vedere, dove andare, cosa indossare, se restare o se andarsene, è già violenza, anche prima che diventi un graffio, un ematoma, una coltellata.

Una questione maschile

E poi c'è il pezzo più scomodo, quello su cui per decenni abbiamo girato intorno facendo finta di niente: gli uomini. Perché questa, diciamolo con chiarezza una volta per tutte, non è una questione femminile. È una questione maschile travestita da questione femminile. Sono gli uomini che uccidono. Sono gli uomini che picchiano. Sono gli uomini che pedinano. Sono gli uomini che dovrebbero ascoltare con più attenzione, parlare con i propri amici quando una battuta è di troppo, educare i propri figli a perdere senza vendicarsi, fare i conti con i propri privilegi senza sentirsi attaccati personalmente ogni volta che una donna alza la voce. Quando una ragazza scende in piazza non sta chiedendo agli uomini di farsi da parte. Sta chiedendo loro di esserci, finalmente, e di scegliere da che parte stare.

Il 25 novembre 2023 non sarà l'ultima Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ne avremo altre, purtroppo, e altre ancora finché un Paese non smetterà di considerare normale ciò che normale non è. Ma forse, se siamo onesti con noi stessi, qualcosa sta cambiando davvero. Forse Giulia, suo malgrado, è riuscita a fare quello che cento donne prima di lei non erano riuscite a fare: bucare l'indifferenza, costringerci a guardare. Forse Elena, con la sua rabbia lucida e senza sconti, ha trovato le parole che mancavano. Forse i ragazzi e le ragazze nelle scuole, con il loro rumore disordinato e bellissimo, ci stanno indicando una strada che noi adulti non avevamo il coraggio di vedere.

I minuti di silenzio sono finiti. Ne abbiamo osservati troppi, troppo a lungo, e non hanno salvato nessuna. Adesso tocca al rumore. E tocca a tutti noi.

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