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Quando l'uniforme diventa un manifesto d'odio

Libertà di espressione e incitamento all'odio non sono la stessa cosa: quando le istituzioni legittimano il disprezzo, la democrazia si indebolisce.

Copertina: Quando l'uniforme diventa un manifesto d'odio

Esiste un confine netto, sancito dai principi fondamentali di ogni democrazia liberale, tra la libertà di espressione e l'incitamento all'odio. La libertà di ciascuno termina dove comincia la libertà altrui: è un assioma elementare, eppure sembra che in Italia questo limite venga calpestato sempre più spesso, soprattutto quando a farlo sono figure che dovrebbero incarnare le istituzioni dello Stato. Non si può, in alcun modo, prendere come modello — né tantomeno celebrare — l'odio diretto contro intere categorie di persone. Quello non è più dibattito, non è più pensiero critico: è aggressione sistemica travestita da libertà di opinione.

Il libro autopubblicato dal generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, uscito nell'agosto di quest'anno, offre un catalogo impressionante di bersagli. Nelle sue pagine finiscono sotto attacco, a vario titolo, oltre la metà della popolazione italiana: donne, femministe, persone omosessuali e transgender, famiglie arcobaleno, immigrati, ambientalisti, minoranze religiose, sinti e rom. Il tutto esposto con un tono che oscilla tra la bravata da caserma e la pseudo-filosofia nostalgica di un passato idealizzato che non è mai esistito.

Il generale rappresenta, e sembra rivendicare con orgoglio, l'archetipo dell'uomo bianco, etero, cisgender, cattolico, patriarcale, convinto che la "normalità" coincida esattamente con il proprio specchio. Chiunque si discosti da quell'immagine — nella sessualità, nell'origine, nel genere, nella visione del mondo — viene automaticamente derubricato a deviazione, anomalia, minaccia. È esattamente il presupposto culturale che, spinto alle sue conseguenze estreme, alimenta le violenze di cui leggiamo troppo spesso: gli stupri di branco di Palermo, Caivano, Firenze non nascono dal nulla, nascono in un humus culturale che dice alle donne che non sono soggetti ma oggetti, e agli uomini che la virilità si misura sul controllo e sul dominio.

Ora sta a chi legge scegliere: stare accanto a un generale che professa opinioni misogine, razziste, omofobe e xenofobe, apertamente venate di nostalgie reazionarie, oppure stare dalla parte della stragrande maggioranza del Paese reale — quello che lavora, convive, ama e si rispetta al di là delle differenze. A proposito di coerenza: il generale, tanto orgoglioso di sventolare la bandiera del cattolicesimo identitario, dovrebbe forse rileggere il Vangelo. Perché di quelle pagine, dove si parla del prossimo, dello straniero, del povero, del diverso, nel suo libro non c'è davvero traccia. Chiunque si richiami alla dottrina cristiana autentica — fraternità, accoglienza, bene comune — non può che registrare una distanza abissale da quel tipo di "cattolicesimo" esibito come se fosse una divisa.

«Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione!»

Questa è una delle frasi più celebri, e più deliberatamente offensive, del libro. In un Paese occidentale e democratico, nessun esponente delle istituzioni — tanto meno un alto ufficiale delle Forze Armate in servizio attivo — può rivendicare il diritto all'odio e al disprezzo verso cittadini e cittadine che condividono con lui la stessa Costituzione, gli stessi diritti e gli stessi doveri. Le parole di Vannacci sono gravi in sé, ma lo sono ancora di più per il clima che rivelano: un contesto in cui certi personaggi si sentono liberi, e soprattutto politicamente protetti, nel poter esprimere affermazioni che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate inaccettabili in qualunque dibattito pubblico serio.

Il libro è intriso di attacchi a femministe, ambientalisti, migranti, poveri, minoranze religiose e sessuali, uniti a teorie cospirazioniste sulle "lobby gay internazionali" e sulla presunta "dittatura delle minoranze". Che un generale in servizio nell'Esercito Italiano pubblichi un saggio politico di questo tenore — antidemocratico, razzista, omofobo e misogino, in aperto contrasto con i principi fondamentali della Costituzione — è un fatto di una gravità istituzionale che il nostro Paese deve trattare con il massimo rigore. Non si tratta di un'opinione privata espressa in un contesto privato: si tratta di un ufficiale superiore che, forte del proprio rango, pretende di trasformare i propri pregiudizi in manifesto politico, ledendo l'onore delle Forze Armate verso cui l'intero Paese nutre rispetto.

Le sue affermazioni discriminatorie e offensive sono semplicemente incompatibili con i valori fondamentali di rispetto, inclusione ed uguaglianza che definiscono una società democratica matura. Non è questione di "politically correct", come si affrettano a dire i suoi difensori d'ufficio: è questione del patto minimo di convivenza civile su cui si regge la Repubblica.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto deve rimuovere il generale Vannacci dal suo incarico per palese inadeguatezza umana, civile e costituzionale. Il semplice trasferimento non è e non sarà sufficiente: la sua permanenza ai vertici dell'Esercito continua a recare discredito alle Forze Armate e manda un messaggio devastante a tutte le categorie colpite dal suo libro — ovvero a milioni di italiani e italiane. Se a suo tempo il DDL Zan fosse stato approvato, molte delle affermazioni contenute in queste pagine avrebbero potuto configurare ipotesi sanzionatorie anche di natura penale. Averlo affossato in Senato non è stato una vittoria della libertà: è stato il via libera culturale a esattamente questo tipo di derive.

L'Italia ha una Costituzione che garantisce uguaglianza e dignità a tutti i suoi cittadini, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali. Chi indossa un'uniforme di Stato e giura di difenderla non può, contemporaneamente, pubblicare un libro che la contraddice punto per punto. Questo non è un paradosso tollerabile: è una contraddizione che le istituzioni hanno il dovere di risolvere, e in fretta.

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