diritti consenso violenza di genere

Senza consenso è violenza. Tutto il resto è chiacchiera.

Non c'è zona grigia: il consenso deve essere il centro della legge, della scuola e della responsabilità collettiva.

Nastro viola e quaderno su una panchina davanti a manifesti anonimi di sensibilizzazione

Bisogna ripeterlo ancora una volta, perché evidentemente non basta. Se non c'è consenso, è stupro. Non c'è la zona grigia, non c'è il «lei però era ubriaca», non c'è la «concezione distorta del sesso» da tirare fuori come attenuante. È una banalità talmente ovvia che a scriverla ci si vergogna, e nel frattempo è scritta nera su bianco anche nella Convenzione di Istanbul, quella che l'Italia ha firmato dieci anni fa e che continua a tradire ogni volta che le pare.

Scrivo nel novembre del 2024, a un anno quasi esatto dall'omicidio di Giulia Cecchettin. Quel delitto un anno fa aveva costretto pure i più refrattari a pronunciare in pubblico la parola «patriarcato»; oggi siamo già di nuovo lì, a fare la conta. Dal primo gennaio al 22 novembre di quest'anno le donne uccise in Italia hanno toccato quota cento, contro le 112 dello stesso periodo del 2023. Una donna ammazzata ogni tre giorni circa. Più della metà di queste donne è stata ammazzata da un partner o da un ex partner: per una donna italiana, statistiche alla mano, il posto più pericoloso continua a essere casa propria.

La prevenzione che manca

Eppure abbiamo, per la prima volta nella storia repubblicana, una donna a Palazzo Chigi. Era lecito aspettarsi almeno qualche segnale. Una legge fatta meglio. Un fondo per i centri antiviolenza che non si svuotasse ogni due anni. Un programma scolastico serio. È arrivato il contrario. Si smonta il linguaggio inclusivo dai documenti ufficiali, si attaccano i centri antiviolenza che non si allineano alla maggioranza, e soprattutto si dichiara guerra all'educazione sessuale e affettiva. Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara sta portando in Parlamento un disegno di legge che subordina ogni attività scolastica sulla sessualità al consenso informato preventivo dei genitori. Sembra una formula burocratica, in realtà è un veto preventivo. Basterà un genitore in crociata personale per fare saltare un intero ciclo di lezioni. L'Italia è già uno degli ultimi Paesi dell'Unione Europea senza un'educazione sessuale e affettiva obbligatoria, e dal 1977 a oggi sono naufragate sedici proposte di legge che provavano a introdurla. Con il ddl Valditara siamo a diciassette.

Mentre da una parte si invocano «pene più severe» contro i femminicidi, insomma, dall'altra si stanno smantellando proprio gli strumenti culturali che servirebbero a evitare di doverle applicare. È una contraddizione talmente clamorosa che a un certo punto viene da pensare che sia voluta.

Il caso di Palermo

Torniamo a luglio 2023, al Foro Italico di Palermo. Una ragazza di diciannove anni viene fatta bere in un bar e poi portata fuori, in un cantiere isolato sul lungomare. Lì sette ragazzi tra i diciotto e i ventidue anni la violentano a turno. Uno di loro, suo conoscente, riprende tutto con il cellulare e poi si mette pure a inviare i video in chat ad altri amici. Quello che sappiamo del modo di pensare di questi sette ragazzi lo sappiamo perché si sono raccontati da soli, ed è la parte più disturbante di tutta la storia. Vale la pena rileggere alcuni di quei messaggi, anche se fa male. «Eravamo cento cani sopra una gatta. Una cosa che ho visto solo nei video porno, è stato uno stupro di massa», scrive uno di loro il giorno dopo. Più avanti, parlando della stessa serata: «Mi sono schifato un po', ma che dovevo fare? La carne è carne».

«La carne è carne». Sono quattro parole con dentro tutto. La donna pensata come pezzo di carne da consumare, lo stupro di gruppo come emulazione di quello che hai visto nei video porno e che adesso vuoi rifare. E non è che quei sette siano arrivati da Marte. Sono ventenni nati e cresciuti in Italia, frequentano i nostri bar, scrivono nelle nostre chat. Magari sono il vicino di casa di qualcuno che sta leggendo questo pezzo. Mentre lei a terra implorava di smettere e provava a farsi notare dai passanti, loro pensavano di stare girando un porno tra amici.

Quando la legge presume il consenso

Poi è arrivata Firenze. Marzo 2023, sentenza del giudice dell'udienza preliminare. Due ragazzi di diciannove anni vengono assolti dall'accusa di stupro di gruppo ai danni di una diciottenne durante una festa fuori città (un terzo coinvolto, all'epoca minorenne, finisce in un procedimento parallelo davanti al tribunale dei minori). Le motivazioni vengono pubblicate qualche mese dopo dal Tirreno e poi le riprendono tutti i giornali. Si scopre così che secondo il giudice i due erano «condizionati da un'inammissibile concezione pornografica delle loro relazioni con il genere femminile», e quindi non avrebbero capito che lei stava dicendo no. Errore sul fatto, scrive il magistrato. Non punibili.

Il pezzo peggiore è un altro però. È il dialogo che la ragazza ha raccontato e che il giudice mette nero su bianco nelle motivazioni. Durante lo stupro uno dei due chiede all'altro «Ma questo è uno stupro?». L'amico lo rassicura: «No, no tranquillo». Lei intanto ripeteva di smettere. Il giudice riconosce che si era trattato di «atti sessuali non pienamente voluti», però considera il fatto non penalmente rilevante perché nel codice italiano la violenza sessuale non si punisce a titolo di colpa. In italiano normale: se ti sei convinto da solo, anche per stupidità o per troppi video porno guardati, che lei ci stesse, non ti succede niente. Il consenso, in Italia, può ancora essere «presunto».

Non è la prima volta che da Firenze esce una sentenza così. Nel 2008 c'era stato il caso della Fortezza da Basso. Anche quello uno stupro di gruppo, anche quello con un'assoluzione in appello, anche quello con motivazioni clamorosamente sessiste. L'Italia è poi stata condannata nel 2021 dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha riscontrato un linguaggio e argomenti che veicolano pregiudizi sul ruolo delle donne. Cambiano gli imputati, cambiano i giudici, è passato un decennio intero, ma la cultura giuridica di fondo è rimasta la stessa.

E non è solo Firenze. C'è anche la sentenza romana dei «dieci secondi», dove un giudice si è messo a calcolare se una violenza sessuale durata pochi secondi fosse abbastanza per essere reato. C'è lo sconto di pena per chi ha ucciso Carol Maltesi, motivato con la presunta condotta «disinibita» della vittima, come se essere stata libera in vita fosse un'attenuante per chi quella libertà gliel'ha tolta. C'è il tasso alcolemico delle vittime che pesa sempre più del DNA degli imputati. C'è il «ma com'era vestita». C'è il «lo conosceva da prima». È un sistema che ogni volta che può sposta la responsabilità sulla parte sbagliata della stanza.

La stessa radice culturale

Tutto si tiene, perché tutto pesca dallo stesso terreno. La pornografia mainstream che normalizza la violenza e finisce in mano a un dodicenne senza un filtro che sia uno. I giornali che ancora parlano di «raptus» e di «amore malato», come se l'amore c'entrasse qualcosa. Gli insegnanti a cui si vieta di parlare di consenso ai loro studenti. I politici che dopo ogni femminicidio promettono inasprimenti delle pene e poi, fuori dai riflettori, votano leggi che indeboliscono la prevenzione. E ci siamo dentro pure noi che leggiamo, peraltro, perché tutte le volte che davanti a una notizia di stupro di gruppo abbiamo pensato anche solo per un secondo «vabbè ma se è andata in giro alle quattro di mattina così ubriaca cosa si aspettava», siamo stati una piccola parte del problema. Spiacevole da dirsi, ma è così.

Un modello a cui guardare comunque ce l'abbiamo, e non sta in capo al mondo. È in Spagna, si chiama Ley orgánica de garantía integral de la libertad sexual, ma tutti la chiamano legge del «solo sí es sí». È stata approvata in via definitiva dal Parlamento spagnolo il 25 agosto del 2022, dopo lo scandalo del processo alla Manada, il branco di Pamplona. Quello che fa è tutto sommato semplice. Cancella la distinzione tra «abuso sessuale» e «aggressione sessuale» (in pratica lascia in piedi solo lo stupro vero e proprio) e ridefinisce il consenso in maniera positiva. C'è consenso solo quando è stato espresso liberamente, con atti che date le circostanze fanno capire chiaramente la volontà della persona. Niente sì, niente sesso. Davanti a una norma del genere i giudici di Firenze e di Roma non avrebbero più spazio per arrampicarsi sugli specchi delle «percezioni sbagliate».

La legge spagnola, è giusto dirlo, ha avuto un'applicazione tutt'altro che lineare. Per via della retroattività in mitius, nei primi mesi parecchi condannati sotto la vecchia normativa si sono visti ridurre la pena, ed è stato necessario un correttivo. Però il principio è quello giusto. E in Italia continua a mancare.

Scuola, magistratura, uomini

Poi c'è la scuola. E qui mi rifiuto di stare al gioco in cui ci stanno trascinando, quello del «non vogliamo l'indottrinamento gender ai bambini di sei anni». Educazione affettiva non vuol dire spiegare a un bambino di sei anni come si fa sesso. Vuol dire insegnargli che il suo corpo è suo e quello degli altri non è suo, che no significa no anche quando un altro non è d'accordo, che chiedere e prendere sono due verbi diversi. Cose così. Se non gliele insegna nessuno, se le va a imparare da TikTok e da Pornhub, ed è esattamente quello che sta già succedendo da anni. Quindi davvero, è quello che vogliamo?

Serve poi una formazione obbligatoria per i magistrati che si occupano di reati sessuali. Non possiamo continuare a fare entrare le ragazze in aula davanti a un giudice che non sa distinguere fra «consenso» e «non opposizione», o capace di scrivere in una sentenza che la pornografia consumata dall'imputato è un'attenuante e non, semmai, un'aggravante culturale.

E poi c'è la parte più difficile, quella che nessuna legge potrà mai fare al posto nostro. È la parte degli uomini. Non parlo degli stupratori, perché quelli finché non vengono processati come si deve sono persi. Parlo di tutti gli altri, dei maschi normali, di quelli che amano ripetere «io non sono così» e poi al bar ridono con l'amico che racconta come è riuscito a «convincerla». In quel momento lì, sei tu l'argine o sei tu la complicità. Sei tu il padre che decide se lasciare suo figlio quattordicenne davanti a quattro ore di porno al giorno senza dirgli niente, o se invece prendi un po' di coraggio e ci provi, anche male, anche con imbarazzo, a spiegargli che una donna non è un buco da riempire. Le femministe lo dicono da decenni a chi vuole ascoltarle. Mica è il loro lavoro convincere noi maschi. È il nostro lavoro, e lo stiamo facendo male.

Una vignetta che è girata parecchio in questi mesi lo dice in una riga sola: lo stupratore non è un malato, è un figlio sano del patriarcato. Finché continueremo a raccontarcelo come mostro, come raptus, come eccezione, ce lo ritroveremo davanti ogni volta sorpresi. È stato possibile perché lo abbiamo reso possibile. E continuerà a essere possibile fino a quando un giudice di Firenze potrà scrivere «errore sul consenso» senza vergognarsi, fino a quando un governo potrà chiamare «ideologia gender» l'idea che a scuola si parli di rispetto, fino a quando una premier donna potrà girare la testa dall'altra parte senza che le costi un voto.

Il consenso non è un cavillo tecnico per addetti ai lavori. È la base, prima di qualunque altra cosa. Se non c'è, è violenza. Tutto il resto è chiacchiera.

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